giovedì 20 settembre 2012

Sperimentare nuovi punti di vista


Molti anni fa, sentii dire al conduttore di un corso di formazione sulla comunicazione, qualcosa del tipo: "In tanto noi possiamo comprendere un altro essere umano che parla delle sue esperienze sensoriali o emotive, in quanto abbiamo i suoi stessi sensi ed il suo stesso bagaglio emotivo. Se uno ti dice che ha visto qualcosa, tu hai idea di cosa significhi 'vedere' perché a tua volta vedi. Se tu fossi cieco dalla nascita, farti comprendere cosa significhi realmente 'vedere' s
arebbe molto complicato e forse impossibile. Idem per le emozioni: se tu dici a qualcuno che hai paura o che sei arrabbiato, quello ti capisce al volo, perché a sua volta, prima o poi nella sua vita, ha avuto paura o è stato arrabbiato; ma se tu per ipotesi parlassi di un'emozione da lui mai provata non ti potrebbe comprendere."
Vabbè.
Passò qualche anno e un bel giorno, mentre frequentavo il primo anno del corso di laurea in psicologia, tornò in mezzo, non ricordo come, un discorso più o meno analogo. Allora chiesi espressamente ad una Prof.: "Ma noi, come facciamo a comprendere cosa prova una persona, se non abbiamo vissuto le sue stesse esperienze?" e lei mi rispose secca secca: "Studiando!".
Dopo qualche tempo, una volta, a lezione, la stessa Prof. si mise a descrivere in ogni minimo dettaglio le esperienze psichiche di un neonato nel rapporto con la sua mamma (... e per piacere non chiedetemi come sia possibile comprendere cosa frulli nella testa di un neonato, perché è una storia lunghissima e complicata e al massimo posso fornire riferimenti bibliografici). Insomma la Prof. doveva descrivere la beatitudine di questo neonato in una certa esperienza fusionale con la sua mamma e a un certo punto disse: "Per farvi capire, somiglia a ciò che provate voi quando siete innamorati e state beatamente con la persona che amate". Tutti finalmente abbiamo capito e non c'è stato bisogno di altre chiacchiere.
Passa altro tempo e un giorno m'imbatto per caso nel famoso detto di Ch’ing-Yuan:
"All’inizio le montagne erano montagne e le acque erano acque,
quando penetrai nella sapienza zen le montagne non erano più montagne e le acque non erano più acque,
ma quando raggiunsi l’essenza dello zen le montagne furono di nuovo montagne e le acque di nuovo acque."
Ecco, mi sono detta, quest'uomo descrive chiaramente il processo che ha vissuto ed io penso pure di averlo capito, ma qualcosa mi dice che bene bene non posso averlo compreso. Infatti io non sono un maestro zen e non ho vissuto le elevatissime esperienze spirituali dei maestri zen: allora con umiltà devo ammettere con me stessa che magari "penso" di aver compreso, ma è impossibile che abbia compreso davvero e, anzi, non potrò capire mai bene, finché non farò un'esperienza che almeno somigli un po' alla sua (come il fatto del neonato e degli innamorati).
Questa cosa l'ho pensata nell'estate del 2008 e l'avevo lasciata là dove l'avevo pensata (in un'isoletta lontana in mezzo al mare).
Poi quest'estate, tra le montagne della Val di Susa, è successo qualcosa che me l'ha richiamata alla mente.
Stavo facendo yoga con alcuni amici all'aperto e con loro contemplavo, di fronte a noi, le cime delle montagne, il cui profilo si stagliava nitido contro il cielo bianco di nuvole.
Ad un certo punto, in piedi e a gambe aperte, ci siamo messi spalle alle montagne, abbiamo piegato il busto in avanti ed abbiamo deciso di guardare le montagne da un altro punto di vista: cioè a testa in giù attraverso le nostre gambe.
Le montagne, in tal modo, sembravano capovolte: le cime dei monti sono finite in basso e le valli sono finite in alto.
In quella posizione si vedeva chiaramente che anche le valli avevano una forma a punta e quelle punte, ora, miravano tutte verso l'altro. Ed ecco: un'improvvisa inversione figura/sfondo mi ha catapultata in un paesaggio innevato! Bianche porzioni di cielo nuvoloso, insinuandosi tra le punte delle valli capovolte, avevano dato vita a un susseguirsi di montagne bianche, e poiché ero su una specie di belvedere, senza ostacoli tra me, le montagne e il cielo, tutta quella neve (che in effetti era tutto cielo) arrivava fino a me!
Questa la potenza del nuovo punto di vista!
Le vere montagne non erano più montagne: erano diventate sfondo, erano diventare cielo. E così il cielo vero, a sua volta, non era più cielo, non era più sfondo, perché era diventato montagne e neve.
Poi piano piano, come (per fortuna) si usa nello yoga, mi sono alzata, mi sono girata e le montagne sono state di nuovo montagne ed il cielo di nuovo cielo.
L'esperienza è stata così forte che per un momento sono rimasta senza parole.
Poi mi è tornato alla mente il vecchio detto di Ch’ing-Yuan e mi è sembrato di comprenderlo per la prima volta.
Oh, certo: può darsi che nemmeno questa comprensione sia definitiva ed adeguata, perché io 'dentro' alla mente di Ch'ing-Yuan non ci sono mai stata.
E tuttavia il suo detto calzava così bene con la mia esperienza, che quando l'ho realizzato mi sono sentita percorrere da un brivido.
Cosa che può capitare, certo, quando ci si mette in canottiera, fermi, a fare yoga in mezzo alla neve...